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Parliamo di Calcio

16.04.2011 CARICO DI ALLENAMENTO

Il carico di allenamento negli ultimi decenni è diventato dominante nella metodologia
dell’allenamento sportivo.
Da un punto di vista biologico, ne è stata riconosciuta la funzione per l’adattamento
dell’organismo, e per l’aumento della prestazione . Dal punto di vista dell’organizzazione dell’allenamento, permette agli allenatori di impostare allenamenti pianificati dove il carico di allenamento dipende dalla sua intensità e dal volume espresso.

continua

CENTRO TECNICO DI COVERCIANO

CORSO PER DIRETTORI SPORTIVI “ AD INDIRIZZO TECNICO”

TESI DI ESAME

DA ALLENATORE A DIRETTORE SPORTIVO
EVOLUZIONE DI UN RUOLO

“Sei settimane di teoria per mettere a frutto 35 anni
di esperienze calcistiche”

PRESENTATA da: Mauro Viviani

INDICE

Dedica 2

Premessa 7

Capitolo 1: Da Allenatore a Direttore
l’evoluzione di un ruolo 11

Capitolo 2: Il Calcio oggi 14

Capitolo 3: I Rapporti con la Società 18

Capitolo 4: I Rapporti con l’Allenatore 21

Capitolo 5: I RapportI con i Calciatori 23

Capitolo 6: I Rapporti con i Tifosi 26

Capitolo 7: I Rapporti con la Stampa 28

Riflessioni conclusive 30

Bibliografia 33

DEDICA

L’UOMO MEDIOCRE E’ SODDISFATTO SE PENSA COME TUTTI, L’UOMO SAVIO E’ SODDISFATTO SE PENSA COME POCHI. IL VERO UOMO E’ SODISFATTO SE PENSA COME SE STESSO.

ROMEO ANCONETANI

Caro Romeo, ho deciso di dedicarti questo mio umile lavoro per ringraziarti della grande opportunità che mi hai dato:
• Dimostrare che anche un qualunque signor nessuno munito di capacità e voglia di fare, può senza avvalersi di raccomandazioni di comodo e soprattutto senza dover pagare tangenti a faccendieri, farsi largo in un mondo complicato e difficile come quello del Calcio.
Eravamo agli inizi degli anni novanta, ricordo con gioia il mio debutto da allenatore in serie B, eravamo quint’ ultimi in classifica e quella domenica a Cesena giocavamo una gara delicatissima che fortunatamente riuscimmo a vincere, a fine gara come è facile intuire il nostro spogliatoio era una bolgia quando tu forse ritenendo ingiustificato quel clima euforico mi chiamasti in disparte dicendomi:
• Si ricordi che oggi lei ha battuto una squadra di gatti fradici, non ha vinto la coppa dei campioni!
In quel preciso istante mi sentì crollare il mondo addosso, in tutta franchezza mi sarei aspettato una pacca sulla spalla e un:
• Bravo Mauro.
Evidentemente non avevo ancora capito come in realtà funzionasse il mondo del calcio, a riprova di ciò non mi dicesti “bravo” neppure quando dopo tre mesi di lavoro durissimo ti restituì Paoul Elliott che mi avevi affidato distrutto moralmente e con un ginocchio in disuso, pronto al rientro in serie A, il Pisa in quella circostanza affrontava a Genova la Sampdoria di Vialli e Mancini stelle nascenti del calcio italiano ed Elliott che a fine stagione cedesti al Celtic di Glasgow per un bel mucchio di sterline risultò addirittura il migliore in campo. Non mi dicesti “bravo” quando un freddo giorno di febbraio alle sei del mattino nella hall dell’ hotel Villa delle Rose di Pescia, senza tanti preamboli mi consegnasti una busta contenente cinquemila dollari e un biglietto aereo di sola andata per Asuncion del Paraguaj, dove le rappresentative under 23 Sud Americane stavano disputando il torneo Preolimpico per l’ammissione alle Olimpiadi di Spagna e da dove, dopo circa un mese tornai con le opzioni debitamente firmate di:
CAFU Under 23 del Brasile.
MONTERO Under 23 dell’Uruguaj. .
ASPRILLA e VALENCIANO under 23 della Colombia.
Calciatori praticamente già nostri ma che purtroppo non potemmo acquisire per motivi strettamente burocratici. Non mi dicesti “bravo” quando Luciano Gaucci mi chiamò a sostituire alla guida di un Perugia in crisi, ad un soffio dalla zona retrocessione in serie C Ilario Castagner “ Il mio maestro di vita e di sport” ed io riuscì a portarla al settimo posto in classifica proprio come due anni prima ero riuscito a fare con il Pisa, sostituendo Vincenzo Montefusco. Non mi dicesti “bravo” quando pur di tornare nel tuo Pisa (che purtroppo dopo alcune settimane fallì), stracciai un contratto appena firmato con il Perugia.. Nonostante questo credimi ti ho voluto bene, ti ho stimato ed apprezzato e quando all’improvviso sei mancato ho provato lo stesso identico dolore di quando a lasciarmi è stato mio Padre. Ho schiumato rabbia quando ho visto personaggi che tu non stimavi affatto ospiti delle varie TV locali commentare commossi la tua scomparsa, gli stessi personaggi che ti avevano promesso aiuto e che invece alla fine si erano tirati indietro facendo così fallire il tuo Pisa Sporting Club.
Romeo un giorno nel corso di una delle nostre innumerevoli e animate discussioni, affermasti con estrema convinzione che nel calcio moderno gli allenatori prima o poi avrebbero dovuto trasformati in veri e propri Manager, a posteriori posso dire che come sempre avevi colto nel segno ed è proprio per questo ho deciso non appena se ne è presentata l’occasione, di frequentare il corso per Direttori Sportivi presso il Centro Tecnico di Coverciano. Grazie comunque Romeo, anche se per il fallimento del tuo Pisa io e la mia famiglia stiamo ancora pagando lo Stato con soldi che purtroppo non abbiamo, grazie perché standoti vicino ho imparato ad amare il mio lavoro, a non mollare mai, ad essere pignolo e rompiscatole, ad avere sempre e comunque fiducia nel futuro. Non ti dimenticherò mai credimi e sono sicuro che assieme a me non ti dimenticherà chi ha avuto la fortuna di starti vicino. Grazie quindi a te Romeo personaggio Buono, Irascibile, Sensibile, Bisbetico, Generoso, Odioso, Puntiglioso, Amabile, Imprevedibile, il tutto ed il contrario di tutto,. il Pisa prima o poi risorgerà ed io spero tanto che quella fatidica domenica, chi di dovere faccia in modo che in tribuna la tua poltroncina sia libera, con la speranza che tu riesca a fare l’ennesimo miracolo, “tornare per l’ultima volta tra di noi” per poter assistere con la tua aria scorbutica e con l’apprensione di sempre, alla prima partita della tua squadra nel campionato di serie A, sono sicuro che solo alla fine di quella gara qualunque sarà il risultato finale tu potrai finalmente riposare in pace. Ciao Romeo.
Mauro Viviani un signor nessuno che grazie a te ha conosciuto la serie A

PREMESSA

Prima di iniziare l’esposizione della mia TESI sul tema dei come e dei perché un allenatore, dopo decennali esperienze vissute in “panchina” decida di intraprendere la professione di Direttore Sportivo, ritengo doveroso fare una premessa.
Non sono trascorsi secoli da quando grandi personaggi come Govoni, Cruciani e Anconetani i cosiddetti mediatori o talent scout che dir si voglia, senza avere i mezzi ne tantomeno le tecnologie dei giorni nostri (Parabole satellitari, computer, telefonini Decodificatori, Video cassette e Fax) riuscivano a tenere in piedi il calciomercato sfruttando la loro capillare rete di osservatori per mezzo dei quali erano riusciti a creare dei veri e propri archivi dove avevano catalogato centinaia e centinaia di giocatori di ogni età, ruolo e categoria e dai quali molte società nel periodo del cosiddetto “Calcio mercato” attingevano a piene mani. Io ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere molto bene Romeo Anconetani, al fianco del quale ho lavorato per ben sei anni svolgendo di volta in volta le mansioni di:
1. Osservatore;
2. Allenatore delle squadre giovanili;
3. Allenatore in seconda in serie A e serie B collaborando con Bruno Bolchi, Luca Giannini, Lamberto Giorgis, Mircea Lucescu, Vincenzo Montefusco e Ilario Castagner;
4. Allenatore in serie B sostituendo a metà campionato Vincenzo Montefusco
Durante gli anni in cui ho lavorato gomito a gomito con il Presidente Anconetani ho cercato di carpirgli i segreti necessari per primeggiare nel mondo dello sport. Romeo infatti non era un grande maestro solo per quanto concerne l’aspetto organizzativo e gestionale delle risorse umane ma anche un fine intenditore di calcio, un grande organizzatore, un inarrivabile comunicatore e un perfezionista che come tutti i grandi capi sapeva circondasi di collaboratori fidati e competenti, in grado non solo di eseguire passivamente le sue direttive ma che sapessero al momento opportuno prendere posizioni decise facendo valere la forza delle loro idee.
Quando il Presidente mi propose di andare al Pisa io ero un giovane Allenatore con tanta voglia di arrivare, in quel periodo “fine anni ottanta fine anni novanta” il Pisa era additato da tutti gli addetti ai lavori come una società modello, dove assolutamente niente veniva lasciato al caso, proprio riguardo a questo aspetto mi piace ricordare un aneddoto significativo su come Anconetani, utilizzando mille espedienti cercasse di ridurre ai minimi termini i rischi che accompagnano da sempre l’acquisizione di nuovi calciatori.
Ero al Pisa da qualche settimana quando un sabato mattina fui convocato in sede dove il Presidente volle affidarmi un incarico importante: Avrei dovuto recarmi a Trento per assistere alla gara Trento Modena valida per il campionato dei serie C1 dove avrei dovuto valutare con la massima attenzione la prestazione di un difensore centrale del Trento un certo “Belardinelli”, dopo le raccomandazioni del caso Romeo mi consegnò una scheda che opportunamente compilata avrei dovuto restituirgli debitamente compilata il lunedì mattina alla sette in punto. Nonostante il viaggio di ritorno da Trento fosse stato allucinante per la fitta nebbia e avessi fatto le ore piccole per compilare nel migliore dei modi la relazione, arrivai in sede con qualche minuto di anticipo. Non nego la mia sorpresa nel constatare che evidentemente non ero il solo ad attendere Anconetani, altre persone con le quali dopo un attimo di imbarazzo ed una veloce presentazione scambiai qualche parola mi avevano preceduto. Il Presidente arrivò puntualissimo, ci rivolse un breve saluto e aprì il grande portone della sede accompagnandoci nel suo ufficio, dove, dopo aver preso in consegna le nostre relazioni ci fece accomodare, anche lui si sedette, inforcò gli occhiali e inizio la lettura delle schede. Dopo qualche minuto il silenzio che regnava in ufficio fu rotto dalla sua caratteristica voce gracchiante:
• Vedo che i vostri giudizi combaciano perfettamente per cui questo calciatore sicuramente non fa al caso nostro! Potete andare Grazie e non dimenticatevi di coprirvi se avete freddo.
Morale della favola, il Presidente pur di farsi un giudizio attendibile su quel calciatore, aveva inviato a Trento nientemeno che quattro osservatori tutti residenti in regioni diverse e assolutamente estranei tra di loro. Al giorno d’oggi la tecnologia avanzata ha modificato sostanzialmente i metodi di valutazione ed acquisizione dei calciatori anche se personalmente sono convinto che l’occhio ed il fiuto dell’esperto in ultima analisi siano fondamentali.

Il miserabile pensa una volta, l’uomo probo pensa due volte, il saggio pensa tre volte.Nessuno di loro pensa abbastanza.
CAPITOLO 1
“Da Allenatore a Direttore Sportivo evoluzione
di un ruolo”
Il delicato mestiere di allenatore negli ultimi anni ha subito una radicale trasformazione, il suo compito infatti grazie alle nuove tecnologie, ai sempre più sofisticati sistemi di allenamento e all’alta professionalità degli staff che le società gli mettono a disposizione, si sposta sempre più, verso un ruolo di coordinatore e di gestore di risorse umane per cui ben presto, alla guida tecnica delle squadre di calcio avremo veri e propri Manager che inevitabilmente andranno a sostituire l’allenatore “fai da te” che per decenni ha caratterizzato il calcio nostrano. Per questo mi sono convinto, che il passaggio da “Allenatore a Direttore Sportivo” possa essere quasi consequenziale quando questi lo desideri. Naturalmente come in tutti i cambi di status l’ex allenatore dovrà scontrarsi inevitabilmente con mille difficoltà, per superare le quali però non dovrà far altro che usare molto buon senso e attingere a piene mani dall’enorme bagaglio di esperienza acquisita in tanti anni di battaglie sportive. Sarà inoltre importante per il giusto approccio alla sua nuova collocazione societaria fare un’analisi e un’obbiettiva valutazione sui pregi, i difetti, gli aspetti positivi e quelli negativi riscontrati nel lavoro dei vari Direttori Sportivi conosciuti in carriera. Il calcio purtroppo o per fortuna non è composto solo da squadre di serie A o di serie B, il pianeta pedatorio infatti è animato da una miriade di realtà con le quali confrontarsi e nel contempo, “usare” come potenziali fonti di lavoro, per cui sicuramente la professionalità e la competenza potranno avere validi riscontri. La figura del Direttore Sportivo non è facilmente codificabile dovendo egli svolgere le più disparate mansioni che vanno dal:
• Presidiare e controllare l’intera area Societaria (area amministrativa, area tecnica, area segreteria generale, area marketing)
• Redigere il budget annuale, in linea con quelli pluriennali, pianificando strategie e risorse al fine di raggiungere i risultati concordati con il Presidente della Società.
• Gestire la campagna trasferimenti dei Calciatori, formulando proposte in linea con il budget.
• Decidere la negoziazione dei diritti televisivi e di immagine della Società.
• Tessere una rete di Osservatori in grado di segnalare Calciatori adatti al contesto ed alla tipologia della Società nella quale opera.
Alcune qualificate scuole di pensiero vedono il futuro del Direttore Sportivo proiettato anche in chiave amministrativa, personalmente ritengo che avere conoscenze specifiche in materia sia certamente utile ma non certo fondamentale. A tutto questo aggiungerei che coloro che hanno avuto la fortuna di aver respirato l’inebriante profumo dell’olio canforato, udito il nervoso scalpitio dei tacchetti sui pavimenti degli spogliatoi prima di una gara e calcato i campi di calcio potrà sicuramente dare alla società per la quale lavora quel quid in più che nessun corso o master potrà mai insegnare.

Il saggio non sorride alla fortuna e non piange per il destino cattivo; l’uomo che lo fa è figlio del caso.

CAPITOLO 2
Il Calcio oggi.
La trasformazione delle società di calcio praticamente ebbe inizio nel 1981 quando il Governo approvò la legge 91, una legge che di fatto modificò l’intero ordinamento sportivo, facendo si che la Federcalcio divenisse il garante assoluto dello Stato. In conseguenza di ciò tutte le società sportive professionistiche dovettero adeguarsi a questa trasformazione del sistema calcio, che in pratica le costrinse in tempi relativamente brevi a trasformarsi in vere e proprie aziende modificando gioco forza le loro strutture organizzative con l’inserimento obbligato di nuove figure professionali quali:
• Manager;
• Commercialisti;
• Avvocati.
Il 15.dicembre 1995 il tribunale di Strasburgo emise la storica sentenza sul caso “ Bosmann” fissando due principi fondamentali: La libertà di circolazione dei calciatori (equiparati a lavoratori) sul territorio UE e l’abolizione del vincolo sportivo a scadenza di contratto. E’ in questo nuovo scenario che nacque “Il Procuratore sportivo o Agente di Calciatori”, una figura professionale che dietro giusto compenso cura gli interessi (Contratti, Sponsor, Immagine ecc) dei calciatori e che in pochissimi anni è riuscito a ritagliarsi uno spazio importantissimo nel mondo del calcio diventando addirittura determinante e insostituibile nello svolgimento del mercato calcistico Nazionale ed Internazionale. Ai giorni nostri sono sempre più i Presidenti manager che si avvalgono delle prestazioni dei procuratori ai quali, saltando spesso a piè pari la consulenza dei propri Direttori Sportivi.danno ampio mandato per poter svolgere importanti operazioni di mercato.
Verso la fine degli anni novanta il trionfale ingresso nel mondo del Calcio delle TV a pagamento “pay tv e pay per wiev” fece riversare nelle casse delle Società un’enorme massa di danaro, finita poi in gran parte ai calciatori che, forti del loro potere contrattuale ottennero contratti faraonici e pluriennali, il sogno purtroppo finì molto presto e come se ciò non bastasse, le società di maggior spicco iniziarono ad incamerare la fetta più grande della torta stipulando con le varie televisioni contratti individuali e non più collettivi, facendo venir meno il principio della mutualità portando così sull’orlo della bancarotta moltissime realtà minori. Nel frattempo è storia di oggi l’ UEFA ha istituito le cosiddette “Licenze UEFA” lo scopo delle quali è quello di far partecipare alle competizioni Europee dalla stagione 2004/ 2005 solo i club che saranno in grado di dimostrare previa apposita documentazione da consegnare entro il 31.marzo 2004 di avere a norma una serie di requisiti di natura: Sportiva, legale, infrastrutturale, organizzativa e finanziaria. Dal canto suo entro il 31.maggio 2004 L’UEFA comunicherà una prima lista di squadre in regola che otterranno la licenza. Da tutti questi avvenimenti è facile dedurre che è in atto un ridimensionamento significativo che stà investendo il nostro sistema calcistico con la furia di un vero e proprio ciclone tropicale, che verosimilmente lo riporterà ad una dimensione più umana. In questo contesto il ruolo del Direttore Sportivo potrebbe tornare ad essere un prezioso quanto insostituibile punto di riferimento vuoi per le conoscenze specifiche, vuoi per le esperienze e la professionalità che saranno d’ora in poi beni preziosi visto l’inevitabile ridimensionamento delle spese, il graduale ripristino dei settori giovanili e la necessità di acquisire calciatori dalle categorie inferiori.

Il Sistema Calcio in Italia oggi.

I numeri sempre importanti ed inconfutabili dicono che:
44 milioni di italiani sono interessati al Calcio.
31 milioni hanno una squadra del cuore.
4 milioni lo praticano regolarmente.
5,6 milioni leggono ogni giorno i giornali sportivi.
8 milioni frequentano regolarmente gli stadi.
20 milioni seguono il Calcio sui giornali.
1,533.528 Gli atleti tesserati per la FIGC.
26.721 Le Società tesserate per la FIGC
22.148 Gli Arbitri.
50.194 I Tecnici.
16.OOO Le gare disputate ogni domenica

300 anni per guadagnare quanto DEL PIERO

Quanto dovrebbe guadagnare un dipendente per guadagnare come i Calciatori della squadra della propria Regione

Stima ingaggio medio annuo lordo per
Calciatore Stipendi medi annui per guadagnare quanto un Calciatore
Juventus 6.038.000 291
Milan 6.000.000 266
Lazio 4.609.000 184
Inter 4.000.000 176
Roma 3.917.000 157
Parma 1.172.000 56
Sampdoria 962.000 44
Chievo 840.000 43
Bologna 808.000 39
Reggina 619.000 32
Lecce 583.000 29
Brescia 577.000 26
Empoli 519.000 25
Modena 423 000 20
Siena 348.000 17
Perugia 323.000 17
Ancona 259.000 14

Dati: Cgia di Mestre ANSA

CAPITOLO 3
I RAPPORTI CON LA SOCIETA’
Sicuramente la gestione dei rapporti con la società rappresenta per il Direttore Sportivo la situazione più complessa da affrontare. In verità sempre più spesso si verifica che i Presidenti grazie alla funzione del loro ruolo si sentano in diritto di entrare in questioni tecniche, in special modo quando le cose non vanno molto bene disquisendo sulla formazione, sul modulo e sulle eventuali sostituzioni effettuate dall’allenatore, in altri casi invece esprimendo giudizi sulla condizione fisica e sui sistemi di allenamento mettendo chiaramente in cattiva luce il lavoro del preparatore atletico e talvolta non contenti si improvvisano addirittura Direttori Sportivi facendo presente ai dirigenti che forse sarebbe meglio acquistare tizio al posto di caio ecc.. Chiaramente questo comportamento mette in difficoltà tutto lo staff tecnico ed in modo particolare il Direttore Sportivo che magari sentirebbe il desiderio di lavorare in assoluta autonomia rispondendo poi a fine campionato degli eventuali errori commessi. La domanda che si pone a questo punto è questa: Trovandosi in situazioni del genere quale sarebbe il modo migliore di comportarsi? Le ipotesi secondo me sono quattro:
1. Presentare le proprie dimissioni.
2. Accondiscendere tacitamente.
3. Andare immediatamente allo scontro verbale.
4. Usare calma e psicologia cercando di coinvolgere il
presidente nel “progetto.
Io personalmente credo nella terza ipotesi anche se in realtà è molto difficile immedesimarsi nelle varie situazioni, infatti indipendentemente dalle caratteristiche psicologiche del proprio interlocutore, esiste un atteggiamento valido universalmente che è rappresentato dalla capacità e dall’intelligenza e anche se può sembrare paradossale, io penso che dovrebbe essere proprio il Direttore Sportivo con la massima correttezza ad imporre la propria personalità, le proprie strategie e le proprie convinzioni, difendendo sempre le scelte tecniche e nello stesso tempo coinvolgere emotivamente il Presidente e lo staff dirigenziale in tutto ciò che riguarda l’aspetto tecnico e gestionale della società. In definitiva il Direttore Sportivo dovrebbe essere in grado di far si che il risultato di una gara, o il mancato raggiungimento di un obbiettivo immediato non possa determinare un giudizio definitivo sul suo operato.
Fattori importanti per una valutazione finale viceversa dovranno essere, una sana programmazione, equilibrio economico, gestione oculata degli introiti e investimenti mirati (in special modo nel settore giovanile), non è più pensabile infatti che nonostante le potenziali grandi risorse economiche si debbano gestire bilanci costantemente in perdita. Solo così e con la collaborazione di un Direttore Sportivo all’altezza per quanto riguarda le scelte tecniche (Allenatore, Staff, Giocatori e Osservatori) la società potrà pensare di raggiungere quei risultati economico.sportivi stabiliti in sede di programmazione.

L’uomo è avaro per paura della povertà ed è per questo che vive la su avita rasentando la miseria

CAPITOLO 4
I RAPPORTI CON L’ALLENATORE.
Risolto l’annoso problema della scelta dell’allenatore che dovrà essere ponderata e fatta in base alle strategie tecniche ed economiche societarie: Puntare alla vittoria del campionato, cercare una salvezza tranquilla, valorizzazione dei giovani ecc, il Direttore Sportivo dovrà cercare di adattare il suo modo di essere in funzione del carattere e della personalità del tecnico per metterlo sempre e comunque in condizione di poter lavorare al meglio. Cercherà altresì di smussare le inevitabili spigolosità che nel corso della stagione potrebbero verificarsi tra le varie componenti della squadra, cercando di far capire al gruppo e al singolo calciatore che qualsiasi obbiettivo difficilmente potrà essere raggiunto senza la totale condivisione e collaborazione da parte di tutti. Dovrà essere abile nel colloquiare con l’allenatore instaurando con lui un ottimo rapporto professionale in modo da far si, che egli riesca ad esprimersi secondo le proprie idee e le proprie convinzioni tecnico tattiche, libero da qualsiasi condizionamento psicologico, cercando inoltre di illustrargli chiaramente il patrimonio umano della società, gli obbiettivi che essa si prefigge e le varie difficoltà ambientali con le quali dovrà inevitabilmente confrontarsi. Sarà un abile manovratore capace di recepire e far presente all’Allenatore eventuali malumori consigliandolo e aiutandolo pur mantenendosi equidistante dalle eventuali diatribe che si potrebbero verificare tra società e tecnico, tra tecnico e squadra, tra società e squadra, non sposando mai la causa di qualcuno, cercando di ricomporre con abilità e pazienza i vari conflitti, valorizzando in maniera positiva le singole ragioni dei contendenti. In definitiva questa forma di simbiosi tra il Direttore Sportivo e l’Allenatore secondo il mio modesto parere è
determinante per il raggiungimento di qualsiasi obbiettivo sportivo.

La pelle di una tigre non fa paura alla pelle di un cane.

CAPITOLO 5
RAPPORTI CON I CALCIATORI.
Quando il Direttore Sportivo dopo aver stabilito con il Presidente la strategia economico programmatica e con l’allenatore, quella tecnico tattica si appresta in fase di calciomercato alla scelta dei calciatori da inserire nell’organico squadra, ritengo che questi debbano possedere due caratteristiche basilari ed indivisibili: La prima di natura tecnica, la seconda di natura morale. Per quanto concerne l’aspetto tecnico mi sembra evidente che una volta scelto l’allenatore il Direttore Sportivo cercherà di acquisire in perfetta sintonia con quest’ultimo e nel rispetto delle potenzialità economiche e dei programmi societari, i calciatori rispondenti al sistema di gioco dello stesso. Soffermandomi invece sull’aspetto morale e sul concetto di “gruppo”devo dire che se è vero che le doti tecniche dei calciatori in organico nel corso del campionato possano fare la differenza è altrettanto vero che quando queste non vengano supportate da un lavoro attento e mirato, dallo spirito di sacrificio e dal sostegno reciproco, il raggiungimento di qualsiasi obbiettivo diventa proibitivo. E’ per questo che il Direttore Sportivo sarà tanto più abile quanto più conoscerà le caratteristiche non solo tecnico tattiche ma soprattutto psicologiche dei calciatori prima di inserirli nel proprio organico. Per quanto poi riguarda la gestione dei calciatori, egli dovrà vigilare con discrezione cercando di intuire in anticipo e quindi stoppare le inevitabili frizioni che in un ambiente competitivo come quello di una squadra di calcio spesso emergono, egli dovrà inoltre verificare l’esistenza o meno di comportamenti poco professionali riguardanti la vita privata di qualche tesserato mediando nei momenti di crisi di risultati per cercare di risolvere quelle incomprensioni che spesso i quei frangenti sorgono tra squadra e allenatore. Per i calciatori il Direttore Sportivo dovrà rappresentare un importante punto di riferimento assolutamente al di sopra delle parti, sempre pronto al dialogo corretto, franco e sincero, disponibile e comprensivo in caso di difficoltà e altresì fermo ed intransigente, nel punire situazioni comportamentali sconvenienti e contrarie alle regole comuni che lo spogliatoio si è dato.
Il Direttore Sportivo, l’allenatore e la squadra dovrebbero rappresentare un tutt’uno pronto sempre e comunque al confronto ed alla verifica, avente una mentalità professionale che si pone come unico obbiettivo la vittoria. Spesso accade che qualche giovane calciatore vedendosi chiuso da qualche giocatore più anziano, venga negativamente influenzato dal suo procuratore assumendo atteggiamenti spesso controproducenti per lui e per lo stesso gruppo, in questi casi il Direttore Sportivo dovrebbe avere l’abilità di attenuare i malumori richiamando e motivando il giovane favorendo di conseguenza, il superamento dei conflitti prima che questi si radicalizzino diventando insuperabili. Fondamentale quando le circostanze lo richiedono è parlare al gruppo in maniera diretta cercando di adeguare il suo modo di esprimersi al linguaggio di chi lo ascolta, evitando di sparare nel mucchio frasi ambigue inviando altresì messaggi diretti, completi e specifici in modo da non creare in chi ascolta inutili malintesi.

L’uomo saggio sa di non sapere molte cose, colui che sa molte cose non è un uomo saggio
.
CAPITOLO 6
RAPPORTI CON I TIFOSI.
Nel corso degli anni sono molti i letterati che hanno filosofeggiato sul gioco del calcio, un vero e proprio fenomeno diventato negli anni un evento di massa talmente coinvolgente da far si che solo in Italia 5,6 milioni di persone leggano ogni giorno almeno un giornale sportivo, a questo bisogna aggiungere che a livello televisivo il calcio è di gran lunga il più seguito con punte di 34.200.000 contatti quando gioca la Nazionale e 29.621.120 contatti per la partite di calcio di serie A. Si può quindi dedurre l’enorme business che questo martellante tam, tam è riuscito a produrre in tutto il mondo. Nella nostra cultura italica il calcio è considerato da molti una vera e propria forma di Religione dove i templi sono rappresentati dagli stadi, i sacerdoti dai calciatori e i fedeli dai tifosi, il rito (la partita) che negli anni scorsi salvo rare eccezioni era domenicale, con l’avvento delle tv a pagamento ha perduto la sua cadenza arrivando in molti casi a celebrare anche tre funzioni settimanali (Anticipi, coppe, posticipi) addirittura in orari inconsueti. Dovendo Sottostare alle sempre più impellenti esigenze televisive. In questo contesto assolutamente anomalo il Direttore Sportivo (impegno quasi proibitivo) dovrà essere in grado di coalizzare i vari gruppi di tifosi organizzati, cercando di mantenere con un colloquio continuo mirato e convincente la loro passione entro i limiti della correttezza prendendo nel contempo le dovute distanze, da quelle frange estremiste di dissidenti fisiologici che utilizzano lo strumento del tifo organizzato come mezzo per fare politica spicciola, o per compiere atti di criminalità fine a se stessa, ricattando le società per ottenere (soldi per le trasferte, biglietti gratis che poi rivendono, materiale sportivo ecc.) minacciandole in caso di diniego di far si che gli organi competenti le sanzionino con multe pesantissime lanciando in campo petardi, oggetti vari e intonando cori inaccettabili ed offensivi. In questo caso è inutile dire che nonostante tutta la sagacia e la buona volontà il Direttore Sortivo potrà fare ben poco se non provare a mediare, senza cedere a ricatti (cosa quasi impossibile) cercando nel tempo di portare questi disadattati dalla parte della società. Un’iniziativa apprezzabile e lungimirante in questo senso che molti direttori sportivi ultimamente hanno abbracciato, è quella di promuovere nel territorio l’immagine della società per la quale lavorano, inviando a far visita a scuole e a club del tifo organizzato i propri tesserati, questo lavoro capillare sicuramente favorirà l’instaurarsi di un filo diretto tra “tifo potenziale, tifo organizzato società e squadra” che, con pazienza e programmazione potrebbe portare ad avere nel medio periodo, tifosi partecipi e consapevoli che solo con comportamenti positivi e non violenti, nello sport in generale e nel calcio in particolare è possibile raggiungere obbiettivi importanti.
CAPITOLO 7
RAPPORTI CON LA STAMPA.
La gestione dei rapporti con la stampa senza ombra di dubbio implica l’utilizzo di conoscenze psicologiche e di tecniche comunicative non indifferenti, i giornalisti infatti per il mestiere che esercitano sono obbligatoriamente sempre e comunque alla ricerca dell’articolo a sensazione e di spunti sui quali montare vere e proprie polemiche, che molto spesso risultano altamente dannose per la società. Ai giorni nostri l’avvento dell’addetto stampa in quasi tutte le società professionistiche ha fatto si che i pericoli di malintesi nella comunicazione si siano notevolmente ridotti anche se in minima parte purtroppo si verificano ancora. Il Direttore Sportivo dovrà stabilire con la stampa relazioni molto franche e corrette cercando di far passare al giornalista di turno la “notizia”, in modo da costringerlo a non ………inventarsela, cosa che purtroppo spesso accade. Tenendo conto che i corrispondenti delle pagine sportive dei quotidiani delle piccole e medie città, in genere sono studenti o impiegati che il Direttore Sportivo dovrà portare dalla sua parte tenendo con loro un comportamento corretto, disponibile e professionale. Nelle interviste sia televisive che su carta stampata il Direttore Sportivo dovrà sempre e comunque, soprattutto nei momenti difficili, inviare messaggi positivi alla squadra ed al tecnico cercando di non polemizzare in nessun caso con quel tesserato che per inesperienza o in un momento di tensione si fosse lasciato andare a giudizi negativi nei confronti della società, del tecnico o dei compagni di squadra, riservandosi altresì di chiarire l’equivoco in separata sede. Il Direttore Sportivo in quanto tale deve anche sapere che l’abilità nel comunicare con gli altri può e deve costituire un valido strumento da usare, per proporre all’esterno l’immagine positiva e corretta della società della squadra e sua personale. Concludendo credo che nel calcio moderno sia utopico pensare di essere vincenti senza conoscere ed applicare alla perfezione, l’arte della diplomazia nella gestione dei rapporti con i mezzi d’informazione.

Chi non ha apprezzatoli suo maestro né la sua lezione, un giorno sarà forse colto, ma non sarà mai saggio.

RIFLESSIONI CONCLUSIVE
Al termine di questo Mio lavoro ritengo doveroso fare almeno due riflessioni:
La prima riguarda il mondo del calcio in generale, un mondo malato purtroppo forse in maniera irreversibile, popolato da una miriade di personaggi che vivono di espedienti giocando sulla buona fede di dirigenti, tecnici e calciatori che di volta in volta, inevitabilmente cadono nelle loro diaboliche trappole. Il sistema calcio è alla deriva in quanto al momento opportuno non è stato capace di fare le scelte giuste dandosi di conseguenza delle regole, finendo per rimanere invischiato in una situazione debitoria insanabile, non è infatti possibile in nessuna economia di libero mercato spendere più di quanto si introita pena il Fallimento! Io credo che per un risanamento graduale nel tempo le società non possano prescindere da questi passaggi:
1.La valorizzazione dei settori giovanili attualmente quasi completamente abbandonati.
2.Drastico ridimensionamento del monte ingaggi dei calciatori ormai giunto a cifre impossibili
3.Lo sfruttamento degli stadi che attualmente sono delle vere e proprie
cattedrali nel deserto, che non dovrebbero più rappresentare solo il
luogo di ritrovo domenicale per gli sportivi, ma uno spazio vitale e vivibile, attrezzato con negozi, ristoranti, cinema, palestre, parchi, piscine e quant’altro dove tutta la comunità cittadina dovrebbe avere la possibilità di ritrovarsi quotidianamente. Tutto questo naturalmente dovrebbe essere gestito dalle società, che se non saranno capaci di attrezzarsi in tal senso non potranno sperare di avere un futuro!
La seconda riflessione riguarda il tema della mia Tesi “Da Allenatore a Direttore Sportivo l’evoluzione del ruolo”.
Personalmente credo che questo sia un percorso pienamente percorribile paragonabile in buona parte a quello che vede la trasformazione di molti calciatori in provetti allenatori. Avere alle spalle una casistica sportiva di decine di anni di esperienze calcistiche, può aiutare molto l’allenatore che deciderà di trasformarsi in Direttore Sportivo, a gestire una serie di problematiche importanti partendo da una base di conoscenze ampia e consolidata. I motivi relativi a questa scelta possono essere
diversi, tra questi:
• Motivi emozionali.
• Motivi fisici.
• Motivi occasionali.
E’ bene altresì sapere che il ruolo di Direttore Sportivo non è un ruolo di comodo anzi, è necessario possedere uno spirito di sacrificio non comune, conoscenza delle innumerevoli problematiche riguardanti il pazzo mondo del calcio e molta dimestichezza per quel che concerne i rapporti interpersonali.
Termino queste riflessioni con la speranza che questo calcio che amo da sempre, come in un bel sogno possa trasformarsi da brutto anatroccolo quale adesso è in un bellissimo cigno facendo gioire tutti coloro che amano questo splendido e a volte bistrattato sport.
Il mio telefono squillerà ancora, dall’altro capo della cornetta qualcuno, che cercherà di convincermi ad intraprendere l’ennesima esperienza calcistica che io, grazie ad un pizzico di incoscienza e al mio spirito zingaro finirò per accettare. Affrontando con l’entusiasmo dell’esordiente e una grande voglia di dimostrare e dimostrarmi, la validità delle scelte fatte, rimettendomi in discussione nel mio nuovo ruolo: Quello di DIRETTORE SPORTIVO. Viva il Calcio
Il signor nessuno Mauro Viviani.

La goccia d’acqua del fiume non chiede quanto sia utile la sua esistenza.Essa è il fiume.

Bibliografia

Proverbi Cinesi …………..Poul Alpesin ed. Brancato
Io e il Presidente………….Mauro Viviani
Dati.Cgia di Mestre……….ANSA
Modulo 4.4.2 ……………..Mauro Viviani ed. Allenatore. net ….
.

24.09.09 Situazioni di palla inattiva

Le situazioni di palla inattiva generano situazioni dalle quali scaturiscono il (35-55%) dei goal.
Per sfruttare al meglio queste fasi di gioco è necessario:
• Costringere l’avversario a fare scelte obbligate in pochissimo tempo.
• Creare situazioni di 1:1 e 2:1
• Adottare schemi dove risulta molto difficile eseguire contromosse difensive
• Cambiare schemi gara per gara.

Detto questo poniamoci una domanda:
Quanti allenamenti specifici proponiamo alle nostre squadre per allenare le situazioni di palla inattiva?
Quali allenamenti facciamo?
Siamo sicuri di sfruttare al massimo le qualità dei nostri calciatori?
Studiamo gli avversari in modo da sfruttare i loro punti deboli?

Teniamo presente che in ogni gara vengono eseguite circa 20 punizioni dalla ¾ campo e circa 20 falli laterali in zona offensiva.
La squadra che nell’arco di un campionato riesce a segnare in doppia cifra dispone in pratica di un attaccante in più con la differenza che :
Non si infortuna
E’ sempre in forma
Da fiducia alla squadra

Da notare che gli schemi su palla inattiva servono a tutte le squadre, quelle forti quando devono affrontare squadre organizzate e chiuse in difesa, a quelle meno forti che hanno la possibilità di svolgere un gioco accorto in fase difensiva per poi cercare di sfruttare le situazioni di palla inattiva.

Situazioni di palla inattiva

Molti gol vengono segnati direttamente o sugli sviluppi di una situazione di palla inattiva.
L’equilibrio di una gara viene capovolto con un gol realizzato sfruttando una situazione di palla inattiva
Durante l’esecuzione di situazioni di palla inattiva:

1.Cambiano le regole del gioco
2.Cambiano i ruoli dei giocatori
3.Cambia l’impostazione della squadra
4.Cambia il livello di stress mentale

Durante una gara di calcio la fase difensiva e quella offensiva si alternano continuamente quindi i giocatori devono interagire tra loro ed effettuare delle scelte, alternando le loro “mosse” senza sapere prima cosa farà l’avversario.
Quando l’arbitro interrompe il gioco o la palla esce e, quindi, si ricomincia a giocare partendo da una situazione di palla inattiva : che cosa succede?
Innanzitutto chi esegue la “punizione” può decidere:
1. Dove calciare
2. Come calciare
3. Quando calciare
Cambiano i ruoli dei giocatori ?
Durante la gara, per affrontare le varie fasi di una gara di calcio le squadre adottano un determinato sistema di gioco che prevede la dislocazione equilibrata di difensori-centrocampisti-attaccanti che in pratica viene stravolta durante l’esecuzione di una palla inattiva, quindi i ruoli cambiano. Infatti a prescindere dal ruolo l’allenatore può sfruttare.
1. Chi ha il tiro più pericoloso
2. Chi è più forte nel gioco aereo
3. Chi ha il lancio con le mani più lungo.
In queste delicate fasi della gara avremo così:
1. Tiratori
2. Colpitori di testa
3. Lanciatori continua

Pillole di storia sul gioco del calcio

ll gioco del calcio indubbiamente è uno degli sport più amati del mondo, viene praticato in ogni continente attirando interessi colossali. Ultimamente questo fenomeno ha assunto una tale configurazione sociale da collocarlo in primo piano a livello di immagine ed economico, basti pensare che in Italia rappresenta la quinta azienda per fatturato.

Per quanto riguarda i primordi, alcuni storici asseriscono che una specie di calcio venisse praticato già un migliaio di anni prima di Cristo in Giappone “il Kemari” mentre in Cina “lo Tsu-Chu” viene collocato in uno spazio temporale che si aggira attorno al 2600 a.C. Anche in quella sorta di calcio erano comuni:

·L’uso dei piedi.

·La presenza di una “porta” rudimentale (che veniva ottenuta da due alberi o da due aste di bambù)

·L’utilizzo di una palla che era realizzata dalla vescica di animale, gonfiata, oppure riempita da capelli femminili.

Nel Cinquecento a.C. si dice che il Tsu-Chu facesse parte dei programmi di addestramento militare dell’esercito cinese finalizzato, come altri esercizi, all’efficienza fisica dei soldati. Anche i Greci ed i Romani praticavano questo sport, i primi lo avevano denominato Episciro, quando veniva giocato solo con i piedi e Pheninda quando era possibile toccare la palla anche con le mani. I soldati romani invece lo chiamarono Harpastum, lo praticavano durante le pause delle campagne di guerra come mezzo per rilassarsi tra una battaglia e l’altra, in questo caso sembra che il punto si ottenesse oltrepassando una linea di meta.

Detto ciò, il calcio che ha lasciato tracce tangibili anche perché molto più recente è quello “fiorentino” che veniva praticato nel medioevo, in queste competizioni il campo di gioco veniva ricavato da una piazza cittadina di forma rettangolare che per l’occasione veniva interamente ricoperta di terra, il gol veniva chiamato caccia, le porte erano formate da una striscia di stoffa posta in orizzontale e larga come tutto il campo da gioco che normalmente era esattamente la metà della lunghezza. La palla si poteva giocare con i piedi e con le mani, le squadre erano composte da 27 giocatori che di fatto per poter segnare una caccia o per non subirla si malmenavano per tutta la durata della gara che era di 50 minuti.

E’ l’Inghilterra comunque ad essere ritenuta la vera patria del calcio sebbene nell’anno 1350 questo sport, venne addirittura bandito dal sovrano inglese Edoardo III° in quanto convinto che distraesse i suoi sudditi dalla pratica delle arti di guerra quali ad esempio il tiro con l’arco. Nonostante tutte le avversità subite nel corso dei secoli, il gioco del calcio poco a poco è riuscito a compiere un’ ascesa trionfale che lo ha portato a diventare ai giorni nostri, lo sport più amato nel mondo.

Dove nasce il calcio moderno

Il calcio moderno vero e proprio, come volevasi dimostrare, nasce proprio in Inghilterra paese nel quale nel 1846 prende vita la prima società di calcio del mondo, il Cambrig Club Football.

E’ facile intuire come attorno a questo sport siano fioriti molti aneddoti tramandatisi poi inevitabilmente nel tempo, uno di questi narra che nel 1855 il Rettore dell’università di Harrow per far si che i propri calciatori non toccassero il pallone con le mani impose loro di indossare durante le gare un paio di …guanti bianchi!

Il 26 ottobre del 1863 l’elaborazione plurisecolare del gioco si fissa in un atto ufficiale: undici dirigenti di club e di scuole londinesi, riuniti nella Free Masons Tavern “una taverna massonica” sulla Great Queen Street, fondarono la Football Association.

Fin dalla sua nascita, il calcio ebbe un grande successo, sia per la semplicità delle regole, che per il dinamismo insito nel gioco stesso. Un altro passo importante verso il professionismo fu compiuto nel 1897, quando venne istituita a Londra la prima associazione di giocatori britannici, che si sarebbe trasformata poi nella potente PFA (Professional footballer’s association).

Con la nascita della federazione inglese, furono stabilite una serie di regole atte a mettere ordine e portare lealtà tra i giocatori. Per impedire ad esempio che alcuni giocatori stazionassero lontano dalla palla, fu introdotta la regola del “fuorigioco” che ..a posteriori risulterà determinante per l’evoluzione del gioco, infatti:

  • Si trovavano in posizione irregolare tutti coloro che stazionavano davanti alla linea della palla in tutto il campo.

Nel 1886 questa regola fu modificata ulteriormente:

  • Il giocatore si trovava in posizione regolare, quando aveva almeno tre giocatori tra lui e la porta avversaria su tutto il campo.

Nel 1871 fu concesso per la prima volta al portiere di prendere la palla con le mani. Ma già dal 1862, data di separazione del calcio dal rugby, nessun giocatore poteva toccare la palla con le mani, se non per riprendere il gioco a partire dalla rimessa laterale. Nel 1875 furono definite le misure delle porte: 7,32 metri di larghezza e 2,44 metri d’altezza Sempre nello stesso periodo si stabilirono le dimensioni del campo: la lunghezza minima era fissata in 90 metri, quella massima in 120; la larghezza minima era di 45 metri, la massima di 90. Da li a poco gradualmente vennero introdotte le prime rudimentali regole del calcio perfezionate poi nel corso degli anni:

•Il Numero dei giocatori.

•L’Abbigliamento.

•Il Pallone.

•Le Misure del campo.

•L’Arbitro

In quel particolare periodo il calcio inglese faceva talmente scuola che poter giocare contro i “maestri” era un onore talmente gratificante……che spesso significava far ritorno verso le proprie nazioni sommersi da caterve di goal. Da qui nasce il classico atteggiamento snob degli inglesi, che sentendosi gli inventori del calcio mal digerivano che qualcuno, in special modo a livello internazionale provasse a togliere loro questa supremazia.

La storica disfatta inglese

Il predominio dell’Inghilterra a livello internazionale cessò quando la grande Ungheria di Puskas presentandosi in campo per la prima volta al mondo con una sorta di novità tattica “il centravanti arretrato” la mise in croce proprio nel mitico stadio di Wembley battendola per 6 a 3 e facendo così tornare in soli 90 minuti “i maestri” tra i comuni mortali. Prima di quella sconfitta infatti per poter aspirare di diventare campioni del mondo le varie nazionali dovevano sfidarsi in una sorta di torneo ad eliminazione dove solo la squadra vincente avrebbe avuto l’onore di affrontare i bianchi d’Inghilterra, naturalmente in casa loro, inutile dire che queste sfide alla fine vedevano prevalere sempre e comunque i “grandi maestri”.

La disastrosa sconfitta di wembley fece si che i tecnici di molte squadre in special modo quelle europee iniziassero a studiare alchimie, sistemi di allenamento e tattiche che ben presto le avrebbero portate ai massimi livelli del calcio internazionale.

In Italia il calcio moderno nacque a Genova giovedì 7 settembre 1893 in via palestro n°10 dove il console generale di SM la regina Vittoria e futuro baronetto Charles Alfred Payton, assieme ad un gruppetto di amici inglesi fondò il Genoa Cricket and Atletic Club. La Federazione Italiana Football invece nacque a Torino tre anni dopo nel 1896. Solo dopo alcuni decenni nel 1932 in Francia e nel 1936 in Italia la nazionale di mister Pozzo divenne campione del mondo. Dopo la seconda guerra mondiale 1939-44, ebbe inizio il lungo predominio del calcio Brasiliano che bene o male da allora figura costantemente sul podio delle manifestazione mondiali. Una curiosità, i numeri dietro le maglie furono inseriti per la prima volta il 13.05.1939 in Italia in una gara disputata allo stadio S.Siro di Milano. Tra le varie rappresentative nazionali l’ultima grande impresa è stata realizzata dall’Italia di mister Lippi che bissando l’impresa dell’Italia di mister Bearzot ai mondiali di Spagna 1982 è riuscita nel 2006 a Berlino “Germania” a vincere per la quarta volta nella sua storia la coppa del mondo.


LA GABBIA

Questo tipo di esercitazione anche se non esistono precise documentazioni sembra avere le sue origini in Toscana e precisamente nella città di Livorno. In questa città da tempo immemorabile i giovani ed i meno giovani si sfidano in partite tiratisssime chiamate dette “Gabbionate”, sfide che si concludono solo all’ultima goccia di sudore.
Personalmente credo che il Calcetto tragga le sue origini proprio dalla “Gabbia” che non porta a caso questo nome.
Dentro la Gabbia i movimenti sono continui e frenetici in quanto la palla, non può assolutamente uscire dal terreno di gioco. Le regole sono semplici, le squadre sono composte da cinque calciatori più un nutrito numero panchinari che si danno contiunuamente il cambio volante (uno esce, uno entra), la porta è larga circa un metro e mezzo e alta circa due metri, i tocchi sono liberi, il gioco è velocissimo, i dribling si possono effettuare anche utilizzando le sponde laterali della gabbia, i falli laterali e i calci d’angolo non sono previsti essendo la palla sempre in gioco.
Se non fosse per i continui contatti, a volte anche violenti, potrebbe rappresentare un metodo ideale per l’allenamento calcistico, esperienze personali non sempre positive mi consentono di affermare che solo in alcuni casi è possibile praticarlo.

La gabbia è altamente allenante per:

1. La Rapidità dei movimenti.
2. Il Contrasto
3. La Velocità di reazione
4. Il Dribling.
5. La Difesa della porta.
6. Il meccanismo Lattacido.
7. Il tiro.
8. L’uno – due – uno.
9. La sponda

L’deale per una squadra di calcio sarebbe avere a propria disposizione una Gabbia con il terreno di gioco in terra battuta in quanto giocare sul cemento o sul sintetico può comportare in chi non è abituato una miriade di microtraumi e piccoli fastidi muscolari.
La Gabbia in genere è senza tetto per cui è sconsigliabile usarla nei mesi invernali dove le piogge e le temperature particolarmente rigide la fanno da padrone.


Parliamo un pò di tattica  applicata?

L’ 1-2-1 questo sconosciuto

Sicuramente nel nostro d.n.a. calcistico, il triangolo, il dai e vai, l’uno-due sono catalogati  come : io ti passo la palla, eseguo uno scatto e tu me la restituisci sulla corsa.
Questa codificazione sebbene renda l’idea dell’azione, a ben vedere non corrisponde esattamente a quello che accade realmente.
Basterebbe infatti assegnare un numero ai due calciatori ( il numero 1 al giocatore che inizia l’azione, il numero 2 al secondo giocatore ) per capacitarsi che in verità nel triangolo non avviene un 1-2 ma un 1-2-1. Se a prima vista questa potrebbe sembrare un’inezia, a ben pensarci volendo denominare esattamente quest’azione potremmo in seguito trarne spunto per far eseguire ai nostri calciatori Esercitazioni essenzialmente basate sui numeri.
Una volta infatti che i nostri calciatori avranno recepito esattamente l’esecuzione di questo tipo di azione, potremmo far apprendere loro le “combinazioni numeriche a 3″.
Queste combinazioni, impiegando 3 giocatori per volta consentiranno al mister di  programmare nel tempo ed esercitare i vari tipi  di giocata in fase di possesso palla, dando ai propri giocatori un imprinting tecnico tattico che in seguito, nel corso delle gare risulterà  utilissimo per risolvere le varie situazioni di costruzione di gioco, di azioni d’attacco e di finalizzazione. Le combinazioni numeriche a 3 una volta digerite dal gruppo squadra diventeranno a 4 e così via.
La progressione pedagogica sarà senza dubbio lenta e guidata, con il progredire dell’abilità dei giocatori il tecnico potrà aumentare il numero delle giocate diminuendo i tempi di esecuzione, dando così ai giocatori la possibiltà di costruire azioni d’attacco seguendo,  inconsapevolmente, un canovaccio provato e riprovato durante gli allenamenti tecnici.

Che cosa sono in definitiva queste combinazioni numeriche? Niente di più semplice, l’allenatore dopo aver diviso l’intero gruppo squadra in sottogruppi di tre giocatori, darà loro un tema: ad esempio 1-2-3—-1, l’esercitazione inizierà quindi dal giocatore numero 1 che passerà palla al numero 2 e questi al numero 3 il quale dopo averla controllata la lancerà in profondità per il numero 1 che nel frattempo avrà eseguito uno scatto lungo la fascia laterale verso l’area di rigore avversaria. Starà poi all’abilità dell’allenatore variare  i temi delle combinazioni numeriche affichè i suoi calciatori apprendano efficacemente nel più breve tempo possibile i movimenti ed i tempi  di esecuzione delle azioni d’attacco!

MauroViviani

Con la massima umiltà vi assicuro, che  seguendo questa pagina  avrete la possibilità di confrontare, di monitorare e migliorare le vostre conoscenze sull’ allenamento calcististico e le sue mille sfaccettature.

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La Capillarizazione

Per capillarizzazione si intende la capacità del corpo umano di generare nuovi vasi nei tessuti muscolari.

Il concetto base che sta al processo di capillarizzazione, è che quando il muscolo non ha abbastanza “ossigeno” il nostro organismo, mette in atto una serie di strategie per poter sopperire a questo.

La capillarizzazione è solo una delle strategie che il muscolo mette in atto, un altra strategia ad esempio è quella di aumentare il numero di mitocondri all’interno della cellula muscolare.

Andando a scoprire più in profondità come il corpo umano riesce a creare nuovi vasi, bisogna tenere presente che ci sono dei “fattori angiogenetici”. Ossia dei fattori capaci di stimolare la crescita dei vasi.

I capillari sono vasi sanguigni piccolissimi (0,5 / 0,8 mm di lunghezza, 5 / 8 micron di diametro).

Sono di enorme importanza per il lavoro del muscolo cardiaco e dei processi ossidativi.

La corsa aerobica favorisce la proliferazione di questi minuscoli vasi che con l’allenamento possono essere decuplicati, i capillari sono responsabili di importanti funzioni organiche.

L’ aumento del loro numero, significa anche l’aumento della superficie di contatto sangue-tessuti

(superficie che è stata valutata dai 300 ai 600 m sotto sforzo, con notevoli vantaggi nei processi di scambio 02 / Co2.

Una ricca rete di capillari oltre a favorire un veloce ed adeguato rifornimento di combustibile

(zuccheri / grassi) e di comburente (02) alle cellule, facilita e velocizza l’eliminazione delle scorie favorendo così i recuperi.

Altro vantaggio non trascurabile lo possaimo notare a livello cardiaco, infatti, l’ampliamento del letto vascolare a livello periferico abbassa notevolmente i valori della pressione minima a tutto vantaggio del lavoro cardiaco, in quanto il cuore per espellere il sangue dal ventricolo e immetterlo nel grande circolo deve eguagliare o sorpassare la pressione che vige nell’aorta.

Solo in quel momento le valvole sigmoidi si aprono lasciando passare il sangue, visto che la pressione che vige nell’aorta corrisponde ai valori della pressione minima e il cuore deve eguagliarla con un lavoro Isometrico consumando di conseguenza energie è molto vantaggioso per l’economia del lavorio cardiaco che la pressione minima sia bassa nel momento della fase isometrica sistolica.

La Contrazione Muscolare

La contrazione muscolare avviene in quanto particolari siti delle teste di miosina sono in grado di legarsi a speciali recettori posti sulle membrane di actina, successivamente la testa della miosina si muove verso il centro del sarcomero trascinando con se l’actina e provocando lo scivolamento del filamento sottile verso il centro, mentre il filamento spesso resta immobile. Una volta terminato il movimento in avanti, la testa della miosina si stacca dall’actina arretrando e legandosi ad un’altra molecola di actina. Con questo movimento di andata e ritorno i filamenti sottili vengono fatti scorrere verso il centro trascinando con se le bande Z. (che sono fibre di connessione alle quali sono legati i filamenti sottili).

Dopo aver descritto quali sono i componenti attivi ed il loro comportamento, vediamo di capire quale ruolo giochi l’ATP nella contrazione.

Una volta formata la relazione actina-miosina occorre energia per poter rompere il legame e consentire il rilascio della contrazione, entra quindi in gioco l’ATP che legandosi sulla testa di miosina fornisce l’energia necessaria per scindere il legame actina-miosina con il conseguente spostamento della testa della miosina verso la linea Z, l’ATP durante questo movimento viene idrolizzata liberando energia che viene immagazzinata nella testa della miosina.

La testa di miosina è quindi fornita di energia potenziale e può legarsi all’actina liberando energia e generando la spinta della testa verso il centro del sarcomero, questo evento è denominato “colpo di potenza”. Poiché la testa di miosina è legata al filamento di actina, questa viene trascinata e di conseguenza anche le due bande Z del sarcomero si avvicinano in quanto sono saldamente collegate con i filamenti sottili.

A questo punto actina e miosina si trovano saldamente legate ed è necessario quindi l’intervento dell’ATP come abbiamo visto, per rompere il loro legame. La contrazione come ben sappiamo è un’azione volontaria che implica l’intervento del sistema nervoso centrale che ordina la contrazione ed evita che questa possa rimanere perennemente in azione. Nel muscolo a riposo i recettori dell’actina sono coperti da filamenti di tropomiosina che impedisce la formazione del complesso actina-miosina.

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Nel momento in cui il sistema nervoso centrale ordina la contrazione si ha uno spostamento della tropomiosina favorito dalla troponina, in tal modo i recettori dell’actina vengono scoperti permettendo la formazione dei legami.

Il Max Vo2

Il Max VO2 è la massima potenza metabolica che un soggetto può sopportare per lunghi periodi

(20 / 25 minuti.

La caratteristica che la determina dipende dalla capacità del cuore di pompare sangue ricco di 02 ai muscoli che lavorano.

Le caratteristiche sono:

  1. Il valore del VO2 max è genetico, si può incrementare del 16 / 20%.
  2. Il valore aumenta fino a 18 – 20 anni , correggendo il valore col peso la differenza è meno marcata.
  3. Non ci sono variazioni dipendenti da altri fattori ( il valore non è cambiato dal 1938 ad oggi)

Il VO2 max è determinato da una prova la cui potenza cresce linearmente col carico fino a che raggiunge un livello orizzontale come VO2 Max.

Hickson e Rosen Koetter hanno dimostrato che 40 minuti di attività 2 volte la settimana non incrementano livello il VO2 Max.

Cullinanc ha dimostrato che dopo 10 giorni di inattività il livello di VO2Max rimane invariato.

Dopo 7 settimane Pedersen ha stabilito che il VO2 Max è completamente perduto e il livello di partenza è difficilmente raggiungibile.

Il Giocatore di Calcio è:

1.    Aerobico: Quando non è direttamente impegnato in azione o tocca saltuariamente la palla.
2.    Anaerobico: Quando gioca, corre, contrasta, và in pressing o viene pressato.

Nel momento in cui il giocatore arriva ad accumulare un eccessivo tasso di lattato nel sangue può perdere la visione periferica dell’atleta, cioè lo sguardo periferico.
Il giocatore è da considerarsi Resistente quando dopo grandi prestazioni il suo Recupero è immediato.
Un buon giocatore è colui che sa dare, nelle varie situazioni di gioco, risposte tecnico-tattiche positive, sia nell’azione offensiva, sia in quella difensiva, sfruttando con efficacia le sue qualità individuali nel contesto del collettivo.

Come dovrà essere il giocatore del futuro

Il giocatore del futuro dovrà essere un giocatore eclettico, in possesso di un buon ventaglio di possibilità di scelte tecnico-tattiche-fisiche e psicologiche da cui attingere per aver la possibilità di adattarsi ed adeguarsi in tempi brevi alle più svariate situazioni di gara.
La capacità tattico-decisionale, che nel calcio e nei giochi sportivi di squadra in genereè per l’allenatore l’obiettivo principale da raggiungere è molto sviluppata in quei calciatori che attraverso gli allenamenti svolti nei vari settori giovanili hanno avuto la possibilità di acquisire un nutrito numero di informazioni, che in modo diretto ed indiretto gli avranno permesso di acquisire abilità tecniche, tattiche e comportamentali tali, da permettergli di trovare le soluzioni più idonee in ogni circostanza.
Queste riflessioni ci portano a capire che senza tecnica non c’è calcio, infatti è inutile essere grandi tattici, possedere straordinarie qualità fisiche e psicologiche se non si è supportati da una sufficiente capacità tecnica. È importante quindi per gli educatori e gli allenatori insistere in allenamento, sul miglioramento dei fondamentali in special modo a livello giovanile:
-    Esercizi di situazione individuali e collettivi
-    Giochi a tema e liberi in spazi ridotti.
Tutto questo perché il giocatore del futuro dovrà saper leggere ogni tipo di situazione, elaborare la risposta più adeguata possibile e quindi decidere nel modo più rapido possibile su cosa fare, sul come e dove farla.

1.    Sapersi adattare rapidamente alle diverse situazioni tattiche dettate dai vari schemi.
2.    Disporre di capacità coordinative e condizionali di primissimo piano.
3.    Essere in possesso di abilità tecniche ottimali.

Il calciatore moderno quindi in ogni momento della partita dovrà essere in grado di:

1.    Osservare partecipando attivamente alle varie fasi di gioco.
2.    Capire come e dove prendere posizione in base alla posizione dei compagni, della palla, degli avversari.
3.    Creare situazioni tali per poter mettere in difficoltà gli avversari durante la fase di possesso palla e di creare equilibrio difensivo nella fase di non possesso.
4.    Scegliere nell’immediato i mezzi più idonei per velocizzare le varie giocate.

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La prestazone del calciatore

Oggi, grazie alle nuove tecnologie esistenti, si è in grado di definire con esattezza il modello prestativo di un calciatore.

Se per esempio prendiamo come modello di riferimento la corsa, i parametri saranno rappresentati dalla qualità e dalla quantità di corsa che il calciatore è in grado di compiere durante tutto l’arco della partita. A tale proposito è necessario tenere in considerazione le diverse caratteristiche del giocatore, il ruolo che ricopre e i movimenti che compie durante tutta la partita; questi movimenti possono essere indicati come segue:

sosta

cammino (4 km/h)

jogging (8 km/h)

corsa a bassa velocità (12 km/h)

corsa a moderata velocità (16 km/h)

corsa ad elevata velocità (21 km/h)

Sprint (30 km/h)

corsa all’indietro

Le diverse velocità di qui sopra sono state rilevate in diverse occasioni (varie partite) e mediate tra vari giocatori.

I portieri vengono considerati a parte, essendo un ruolo nettamente differente per la peculiarità della prestazione.

Dall’analisi percentuale della corsa in partita, si è arrivati alle seguenti conclusioni:

per il 17 % del tempo di gioco totale i giocatori stanno fermi;

per il 40% camminano;

per il 35% corrono a bassa velocità;

per l’8% corrono ad elevata velocità;

per lo 0,6% compiono sprint.

Da queste prime analisi risulta chiaro che un calciatore corre in media 10,8 km, con differenze che vanno dai 9 ai 14 km.

Se andiamo invece ad analizzare le diverse corse che si svolgono nel corso della partita, possiamo definire il calcio come una disciplina di tipo aerobico-anaerobico, ove la parte aerobica è rappresentata soprattutto dai periodi di recupero.

I difensori e gli attaccanti percorrono all’incirca la stessa quantità di km di corsa, con una maggiore velocità ed un maggiore numero di sprint rispetto ai centrocampisti.

Gli attaccanti sono quelli che effettuano il maggior numero di colpi di testa; i difensori compiono invece più contrasti.

Per ogni giocatore vengono fatti in media 30 passaggi e 15 intercettazioni.

Altro

I giocatori d’elite:

stazionano o camminano per più della metà dell’incontro;

corrono di più durante il primo tempo rispetto alla ripresa, ma la distanza percorsa ad alta velocità rimane mediamente invariata;

svolgono più corsa ad alta velocità rispetto ai giocatori di livello inferiore.

Ma come prepariamo allora i nostri calciatori alla luce dei dati sopra descritti?

Quando parliamo di allenamento nel calcio, non possiamo fare a meno di citare alcuni autorevoli autori:

Cramer, 1987: “Il miglior maestro per l’allenamento è la gara”.

Northpoth, 1988: “se la gara è il miglior allenamento è anche vero che un buon allenamento deve per forza avere il carattere di una gara”.

Se osserviamo un giocatore durante tutta la partita, notiamo che esso compie varie tipologie di corsa: in linea, con curve, con cambi di direzione, ecc…. Ciò ci porta a dedurre che le varie esercitazioni di corsa nel calcio dovranno porre l’accento su queste caratteristiche, ovvero: corsa in linea, con cambi di senso, cambi di direzione e quant’altro.

Il concetto tradizionale di allenamento calcistico deve essere esteso anche a tutti quei fattori che influenzano la prestazione del giocatore e che contemporaneamente incrementano lo sviluppo della prestazione nel contesto della squadra:

Tecnica (capacità coordinative e capacità cinetiche)

Condizione (forza, velocità, resistenza e flessibilità)

Capacità psichiche

Fattori di salute, costituzionali e di predisposizione

Capacità tattico-cognitive

Capacità sociali

Un allenamento di tipo generico “puro” dovrebbe essere applicato solo in occasione di allenamenti rigenerativi, integrativi, compensativi, ecc…

Come accade nei giovani calciatori, anche gli adulti devono svolgere allenamenti che non siano troppo sbilanciati in nessuna direzione. Tale considerazione è spesso valida per l’allenamento della forza, ove frequentemente si privilegia il potenziamento di determinati distretti e l’ incremento di determinati parametri, trascurando quello che è lo sviluppo armonico dell’ organismo e la necessità di applicare con successo i miglioramenti condizionali alla pratica del gioco.

VELOCITÀ DEL CALCIATORE

Velocità percettiva
Capacità di comprendere ed intervenire rapidamente durante una determinata situazione di gioco.

Velocità di anticipazione
capacità di intuire in brevissimo tempo lo sviluppo del gioco e soprattutto il comportamento dell’avversario.

Velocità di decisione
Capacità di decidere rapidamente quale tra le varie azioni sia meglio scegliere ai fini di una corretta prosecuzione del gioco.

Velocità di reazione
Saper reagire velocemente in relazione a situazioni di gioco imprevedibili.

Velocità motoria ciclica ed aciclica
Capacità di eseguire movimenti ciclici ed aciclici, senza e con il pallone, ad elevata velocità.

Velocità d’azione
Capacità di eseguire azioni specifiche rapidamente.

Velocità di intervento
È la capacità di intervenire nel minor tempo possibile e con la massima efficienza, facendo valere tutte le qualità: cognitive, tecnico-tattiche, fisiche, ecc.

La flessibilità
Per un calciatore la flessibilità è di grandissima rilevanza, soprattutto al fine di prevenire gli infortuni che accadono durante la gara. Di qui l’importanza di una corretta preparazione atletica, soprattutto ad alto livello.

continua

Potenza aerobica

Al contrario di qualche anno fa quando l’attenzione dei preparatori atletici si era indirizzata prevalentemente all’allenamento della forza ultimamente si è tornati a sottolineare l’importanza nel calcio di alcune componenti aerobiche ed in particolare della potenza aerobica.
Nel calcio, specialità ad impegno misto dove si susseguono sforzi di intensità elevata o massimale della durata di alcuni secondi e fasi di passo o corsa a ritmo blando il meccanismo aerobico da solo non è sufficiente, per cui intervengono meccanismi cosiddetti anaerobici, “i quali consentono di mettere a disposizione dei muscoli una certa quantità di ATP a patto che, appena possibile questo “prestito” sia pagato.

Una buona potenza aerobica è fondamentale per contrarre a parità di condizione un debito di ossigeno minore, permettendo all’organismo di pagare il debito di ossigeno contratto con sforzi di impegno elevato più velocemente.
La massima potenza aerobica è considerata un indicatore di efficienza e funzionalità del sistema cardio-respiratorio e dipende essenzialmente da delle componenti centrali e periferiche. Le prime relative alla capacità che ha il cuore di far giungere, nell’unità di tempo, una grande quantità di sangue ricco di ossigeno ai distretti muscolari in attività, le seconde legate alla capacità che la fibra muscolare ha di utilizzare questo ossigeno.

Per semplificare si può dire che l’intensità del lavoro dovrebbe far si che la frequenza cardiaca del giocatore si attesti attorno al 90% della Fc max e la velocità da tenere nei vari tratti di corsa sia vicina alla velocità di soglia anaerobica.
Per regolare l’intensità del carico possiamo quindi tenere in considerazione due parametri.
Sarebbe inoltre opportuno far eseguire dei test per valutare le caratteristiche dei giocatori, trovare la loro VMA (massima velocità aerobica), la loro FC max , la velocità di soglia, e partendo da questi dati proporre dei carichi personalizzati oppure organizzare il lavoro a piccoli gruppi omogenei per rendere efficace l’allenamento.
I mezzi più comunemente usati per allenare la potenza aerobica sono:

• ripetute aerobiche di alcune centinaia di metri, con velocità attorno alla soglia anaerobica,
• fartlek o corse con variazioni di velocità,
• ripetute in salita di alcune decine di metri con impegno sub-massimale
• allenamento “intermittente” (30″/30″, 15″/15″, 20″/40″ ecc. condotto a ritmi e velocità diverse a seconda delle finalità)

L’allenamento aerobico del calciatore dovrà essere quindi un allenamento ad alta intensità, nel corso del quale “il sistema energetico che produce lattato può essere stimolato in maniera rilevante solo per brevi periodi di tempo, quindi l’allenatore dovrebbe assicurarsi che l’intensità del lavoro nel corso dell’allenamento aerobico ad alta intensità, non diventi così elevata al punto da trasformarsi in un allenamento per la resistenza alla velocità”.

Soprattutto per quanto riguarda le componenti periferiche risulta utile la produzione di piccole quantità di lattato mentre al contrario alte concentrazioni di lattato inibiscono il meccanismo aerobico.

test (Léger, 1989)

Questo test è meglio conosciuto sotto il nome di “test navetta” e prevede che l’atleta corra a spola (da qui il nome di test navetta) tra due segnali posti ad una distanza di 20 metri tra loro, ad una velocità progressivamente crescente. Esistono due versioni del test, la prima delle quali prevede un aumento della velocità di percorrenza pari a 0,5 km/h ogni 2 minuti (Léger e Lambert, 1982) , mentre la più recente adotta un protocollo in cui la velocità aumenta, sempre di 0,5 km/h ma ad ogni minuto (Léger e coll, 1984). L’ultima versione del test (Léger e coll, 1989) prevede una velocità di partenza pari ad 8,5 km/h ed un incremento della stessa di 0,5 km/h ogni minuto. Il test termina quando l’atleta non riesce più ad arrivare su una delle due linee di demarcazione in corrispondenza del segnale sonoro, normalmente è tollerato, per un massimo di due volte consecutive, un ritardo di 1 metro rispetto alla linea di demarcazione stessa. La VAM dell’atleta corrisponde all’ultimo palier effettuato completamente. Il problema del “test navetta” è che il valore di VAM così calcolato viene sistematicamente sottostimato rispetto al valore di VAM registrabile durante un test, come i due precedentemente descritti, che prevedano una corsa in linea e non a navetta come in questo caso. Infatti i continui cambiamenti di direzione che si effettuano durante il test, comportando altrettante fasi di accellerazione e decelerazione, aumentano notevolmente il costo energetico e quindi falsano, sottostimandolo, il reale valore della VAM (Bisciotti e coll., 2000). Tuttavia siccome esiste una forte correlazione tra questo tipo di test ed i precedenti è possibile ricavare in modo sufficientemente affidabile il valore di VAM grazie al seguente calcolo (Bisciotti, 2002)

1,502 X velocità del palier raggiunto — 4,0109

Per chiarire ulteriormente facciamo un esempio pratico: se il nostro atleta avesse raggiunto il palier 12, che corrisponde ad una velocità di percorrenza di 14 km/h il calcolo grazie al quale è possibile estrapolare il valore di VAM come se quest’ultimo fosse ricavato attraverso un test di corsa in linea risulterebbe:

1,502 X 14 — 4,0109 = 17 km/h

Il vantaggio del test navetta di Lèger è costituito dall’estrema semplicità e praticità d’utilizzo, lo svantaggio è che il valore di VAM in tal modo desunto non risulterà mai così preciso come quello ricavato da uno dei due test precedenti. In ogni caso, occorre ricordare che un fattore determinante per l’esattezza di un test a dettato sonoro, come il maximal multistage 20 m shuttle run test ed il Montreal University Track Test, è costituito dalla precisione del riproduttore sonoro utilizzato.

Figura 3: il maximal multistage 20 m shuttle run test prevede una corsa a spola su di un tratto di 20 metri ad una velocità progressiva dettata da una registrazione sonora. Estremamente pratico, presenta però l’inconveniente del notevole aumento della spesa energetica, dovuto alle continue fasi di accellerazione e decelerazione, che determinnoa a loro volta una sistematica sottostima del valore di VAM.

Una volta determinata la VAM, come costruire una seduta di allenamento intermittente?

Dopo aver determinato il valore di VAM, grazie ad uno dei tre test sopradescritti, dei quali personalmente, per la sua semplicità e la sua buona affidabilità, consiglio il test di Brue, è il momento di costruire grazie ai dati ricavati, una seduta di allenamento. A questo proposito vorrei ricordare che un test dovrebbe rispondere a due imperativi: il primo costituito dal fatto di poter “fotografare” una data caratteristica fisica dell’atleta, il secondo invece dovrebbe essere quello di poter fornire dei dati utilizzabili per la stesura pratica di un piano di allenamento. Nel caso in cui rispondesse solamente al primo dei due, mi sembra ovvio che si tratti di un test che si rivela utile “solamente a metà”. Non è questo il caso di un test il cui scopo è quello di determinare la VAM, sul cui valore infatti possibile costruire tutta una serie di diverse metodologie di lavoro.
Abbiamo dunque il nostro valore di VAM, diciamo ad esempio 17,5 km/h (mediamente la VAM di un buon giocatore è compresa tra i 17 ed i 18 km/h) come costruire una seduta di lavoro intermittente come ad esempio un 20’’-20’’? Per prima cosa dobbiamo scegliere l’intensità della VAM alla quale intendiamo lavorare, esistono infatti percentuali della VAM alla quale il lavoro è essenzialmente aerobico, altre alla quali il lavoro è anaerobico lattacido ed altre ancora in cui il lavoro è fortemente anaerobico lattacido, per maggiori informazioni a riguardo è possibile consultare l’articolo apparso su questa stessa rivista intitolato “Utilizziamo bene l’intermittente” (Gennaio, 2002). Ammettiamo di voler costruire un 20’’-20’’ in cui i 20’’ di lavoro siano effettuati correndo al 110% della VAM.
Per prima cosa dobbiamo riportare il calcolo in metri al secondo ossia: 17500 (i metri percorsi in un’ora) / 3600 (i secondi che vi sono in un ora) = 4,86.
Questo significa che se il nostro atleta corresse al 100% della sua VAM percorrerebbe 4,86 metri ogni secondo, per sapere quanti metri dovrebbe percorrere in 20’’ correndo al 110% della VAM, il calcolo molto semplice:

(4,86 X 20) X 1,1 = 106,94 metri (arrotondabile a 107)

La nostra seduta di allenamento potrebbe essere quindi così strutturata :
Tempo di lavoro 20’’ durante i quali percorrere 107 metri
Tempo di recupero passivo (fermi sul posto) 20’’
Numero delle fasi di lavoro: 10
Serie: 3
Tempo di recupero tra le serie: 4’